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Fondi Pensione: la comprensione del rischio porta al Private Equity

La dottoressa Ros Altmann è stata per molti anni consulente dei principali fondi pensione a livello mondiale, nonché consulente del Primo Ministro inglese in materia di pensioni ed investimenti, avendo precedente esperienza in realtà internazionali come Chase Manhattan, Rothschild Asset Management e NatWest Investment Management. Riportiamo di seguito un’interessante intervista con lei.
Il settore dei fondi pensione è passato dalla ricerca della massimizzazione dei rendimenti, all’ottimizzazione dei profili di rischio in relazione alle passività. Chi ha sempre investito pensando che fosse facile, del tipo investi pure nei mercati azionari tanto ci sarà sempre un premio al rischio azionario, si è dovuto ricredere. Così come chi (in Italia ce ne sono molti, forse troppi, ndr) ha ritenuto che esistessero classi di investimento “sicure”, che non potessero manifestare minusvalenze, come i titoli di stato o anche il settore immobiliare. Si è passati dalla massimizzazione dei rendimenti alla minimizzazione dei rischi: se tale approccio è stato assunto dopo il crollo dei mercati, è molto probabile che si siano affrontate significative perdite di masse gestite. Molti consiglieri dei fondi pensione non hanno ben chiara la correlazione tra diversificazione e potenziale riduzione del rischio: potenziale poiché se non si investe in una specifica asset class non se ne beneficia, ma talvolta anche investendo non se ne beneficia comunque. Ciò ha a che fare con l’intero concetto di rischio, che non sempre viene apprezzato. Certamente vi è stata, quanto meno, un po’ di ingenuità in relazione al rischio: se la probabilità che qualcosa succeddesse era molto bassa, molti ritenevano che questo qualcosa semplicemente non potesse accadere, senza concepire che ci fosse ancora la possibilità che qualcosa andasse storto. Ciò è esattamente come non deve essere valutata la correlazione rischio ed investimento. Di più, eventi ritenuti altamente improbabili si sono verificati, e con correlazioni che i modelli non ritenevano potessero esistere. L’inserimento di asset alternativi quali il private equity devono oggi avvenire in modo quasi “automatico”, permettendo di avere risposte diverse a rischi differenti. Nel caso del private equity certamente deve esserci un premio per l’illiquidità: d’altra parte, il private equity permette ai fondi di accedere ad aziende di piccole-medie dimensioni con crescita più elevata rispetto alle più grandi società quotate. Inoltre un portafoglio con orizzonti di lungo periodo, come quello dei fondi pensione, non può permettersi di ignorare il private equity, utilizzando solo azioni, obbligazioni e beni immobiliari. Il problema è che solo alcuni dei fondi più grandi possono permettersi un team “in-house” di specialisti del settore, cosa comunque non sufficiente per conoscere in profondità l’ampia offerta di prodotti disponibili. L’alternativa è quindi di affidarsi a consulenti che operano nel settore che hanno l’esperienza ed il track-record adatto, oppure di raggiungere importanti economie di scala a livello di investimento unendo le risorse disponibili dei vari fondi, così come stanno facendo alcuni fondi pensione in Gran Bretagna.