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Titoli di stato con rendimento negativo: un caso da manuale

Viviamo in tempi interessanti, in cui alcuni capisaldi del “comune pensare” vengono periodicamente messi alla prova: qualche settimana fa, una delle più grandi banche commerciali statunitensi ha invitato i propri maggiori clienti a ritirare liquidità dai conti correnti per non dover allocare capitale corrispondente (normalmente le banche cercano nuovi clienti a cui fare aprire nuovi conti correnti). Di più, da qualche mese alcuni titoli governativi dell’area Euro offrono rendimenti negativi: un’offerta contro-intuitiva rispetto a qualsiasi manuale di finanza, se non fosse che le cifre coinvolte cominciano ad essere significative (tra i 1.500-1.700 miliardi solo nell’area Euro, il doppio circa a livello mondiale). Pagare per avere un rendimento inferiore a zero sembra follia, eppure recenti calcoli stimano che il 16% delle obbligazioni emesse a livello mondiale oggi non diano alcun rendimento. Quali sono le cause di una simile situazione? Ancora una volta bisogna ripartire dai fondamentali della finanza: il rendimento di un’obbligazione/titolo di stato è inversamente correlato all’andamento del suo prezzo, ovvero se il prezzo sale il rendimento scende (secondo la formula del Present Value). I mercati oggi vivono in una situazione di grande incertezza, anche come conseguenza delle recenti crisi sistemiche, che comportano che enormi ammontari di liquidità siano alla ricerca di una corretta allocazione: ecco dunque che, una parte di questa liquidità, viene investita in titoli considerati “sicuri” in termini di rischio-credito e questa concentrazione di liquidità su scadenze brevi (tra 1 e 5 anni) comporta un innalzamento tale dei prezzi dei titoli in questione da provocare rendimenti negativi. Di più, alcune mosse delle banche centrali, tra cui il cosiddetto QE o Quantitaive Easing della Banca Centrale Europea, hanno come scopo precipuo quello di causare rendimenti negativi sulle scadenze più a breve del debito (comprando massicciamente titoli di stato con scadenze a breve) per invogliare gli investitori a comprare scadenze più lunghe, ovvero ad investire nell’economia reale, per ottenere un qualche rendimento. Inoltre va anche ricordato che, nonostante i rendimenti negativi, alcune tipologie di investitori continueranno comunque ad investire in titoli a rendimento negativo. Anzitutto, coloro che si aspettano una prolungata fase deflattiva: se ai tassi nominali negativi si aggiunge la deflazione si potrebbe ottenere un tasso reale positivo. Poi vi è chi si aspetta un ulteriore taglio di tassi da parte della Bce, che farebbe crescere ancor più i prezzi dei titoli correnti, generando plusvalenze. Esistono poi i cosiddetti fondi indicizzati / a gestione passiva che per replicare la composizione di alcuni indici sono costretti comunque a comprare obbligazioni con rendimenti negativi. Infine vi sono anche alcuni investitori (soprattutto istituzionali) che devono impiegare la liquidità, “parcheggiano” la medesima in titoli di Stato, anche a rendimento negativo. L’era dei tassi nominali a doppia cifra, in cui molti di noi si sono formati, sembra oggi essere lontanissima: alcune banche oggi offrono addirittura per l’apertura dei conti correnti che non offrono alcun tasso d’interesse reale, piccoli oggetti in regalo, dalla macchina del caffè agli abbonamenti sui mezzi pubblici. Purtroppo, soprattutto nel nostro Paese, gli enti decisionali di molti investitori istituzionali tardano a realizzare le nuove sfide del mondo economico in cui viviamo, essendo cresciuti professionalmente in epoche in cui i titoli di stato offrivano pingui rendimenti reali, e così facendo sottovalutano le opportunità offerte dagli investimenti alternativi che investono nell’economia reale, quali tra gli altri il private equity, ancora in grado di offrire rendimenti a doppia cifra.